Testimonianze

Laura, volontaria
Il mio essere Volontaria IOM
Il tutto è cominciato circa tre anni fa.
 
Ogni mattina prima che la giornata prenda il suo ritmo, mi incontro con un gruppo di amiche davanti a un caffè. Con un sorriso complice chiamiamo quel momento il “nostro giretto”.
Quella mattina, tra una risata e l’altra, una cara amica mi parlò dell’esperienza profonda e toccante che stava vivendo come volontaria in oncologia.
Aveva iniziato a considerare questa forma di volontariato dopo anni di impegni professionali, entrambi consapevoli che il troppo tempo dedicato alla conciliazione faticosa tra lavoro e famiglia — e la sua natura generosa — meritassero di essere messi a disposizione di qualcun altro.
 
Abbiamo chiesto un colloquio informativo con le responsabili dell’associazione: la Dott.ssa Mara Grossi, vicepresidente, e la Dott.ssa Aleotti, psicologa e mentore dei volontari. Nel racconto della mia amica riconoscevo riflessa una parte di me.
Spiegai che anche io, negli ultimi anni, avevo sentito la necessità di trovare uno spazio dedicato al volontariato. Ero convinta che imparare a conoscere quanto una persona stia soffrendo richiedesse coraggio, e che quella sofferenza, spesso, potesse intimorirmi.
Mi preoccupava il dolore dell’altro e non ero certa di essere pronta. Avevo un timore grande: la fragilità altrui avrebbe risuonato con la mia?
Mi sentivo, con sincerità, impreparata.
 
Da quei primi incontri, però, mi sono resa conto di una stranezza che mi riguardava, perché la mia storia personale era diversa da quella di molti aspiranti volontari: loro avevano attraversato il dolore in prima persona, una malattia, una perdita. Io?
Allora mi sono chiesta: cosa mi spingeva davvero a essere lì, se una persona amata, io no?
La risposta che ho trovato dentro di me è stata semplice: la riconoscenza.
Infatti, io avevo avuto il privilegio — immenso — di non conoscere quel tipo di dolore, tuttavia volevo che almeno una parte di ciò che la vita mi aveva concesso, potesse tornare indietro.
Il cammino infatti, l’ho capito strada facendo, era un modo per imparare ciò che ignoravo: come si sta accanto a chi soffre, come si ascolta, come si accoglie la vita anche mentre scivola verso la sua conclusione.
Credevo all’inizio che la mia “estraneità” al dolore potesse farmi essere più lucida, con maggiore capacità consolatoria, ma mi sbagliavo.
Sul finire del primo affiancamento ho capito una cosa molto diversa, che ancora oggi non ho paura di nominare: non si può entrare in relazione con chi soffre restando “fuori”.
 
Stare accanto ai malati mi ha mostrato una forza vitale che si manifesta fino all’ultimo respiro.
Un raggio silenzioso, ma potente, che trasmette il senso profondo della bellezza del vivere: una bellezza fragile, ma potentissima.
Ho scoperto che proprio nell’istante in cui l’altro mostra tutto dentro sé — anche la parte più struggente — io mi trovavo davanti a una chiarezza nuova, quasi una verità di strada, che chiamiamo fine.
Come essere adeguati nell’approccio?
Non ho ricette né “segreti” — se possiamo chiamarli così.
Si impara non giudicando, ma restando accanto e guardando la persona, non la malattia.
Non vedere “il malato”, ma l’essere umano che abbiamo davanti, con la sua storia, i suoi sogni, le sue paure, i suoi gesti quotidiani.
Quante volte, nel silenzio di una stanza, ho pensato che la nostra presenza lì parla più delle parole.
Che accompagnare non significa “fare”, ma esserci.
Compiere movimenti lievi, discreti, senza invadere, senza giudicare, senza andare oltre ciò che la persona vuole condividere.
 
Ho capito che, a volte, basta un sorriso.
Un sorriso che non allevia il dolore, ma resta, e accompagna.
 
Nel tempo delle incertezze che ci rendono fragili, si scopre la verità dell’amore:
ogni sguardo, ogni mano sfiorata, ogni storia condivisa per un tratto di vita è un dono.
Non si tratta solo di sofferenza, ma di esperienza preziosa.
Testimoni della grandezza della vita, anche — e forse soprattutto — quando sembra affievolirsi.
Ero entrata nel volontariato con l’idea di “dare”.
Ho capito che, in realtà, sto anche e forse più, ricevendo.
Con gratitudine.
Sono sempre stata sensibile al tema della sofferenza e della malattia.
E quale malattia ci spaventa di più, se non quella oncologica?
 
Ho deciso di diventare volontaria in Oncologia quando ho smesso di lavorare, in un giorno in cui sentivo profonda gratitudine per la vita. In me è nato allora un desiderio forte: ricambiare i doni ricevuti stando vicino a chi affronta la prova della malattia oncologica.
 
Sono ormai cinque anni che svolgo attività di volontariato, prevalentemente nel Day Hospital oncologico.
Ricordo ancora il mio primo giorno. Mi sentivo timida, insicura, quasi spaesata.
Trovai il coraggio di scambiare qualche parola con una paziente che stava ricevendo la terapia.
Alla fine del breve dialogo, lei mi ringraziò.
«È il mio primo giorno» le dissi.
«Eppure mi ha fatto tanto bene» mi rispose con un sorriso.
In quell’istante, ho sentito che la mia anima aveva trovato casa.
 
La mia presenza in Day Hospital vuole essere prima di tutto un gesto di vicinanza: un ascolto attivo, un aiuto concreto ai pazienti per orientarsi tra ambulatori, Punto Prelievi e pratiche amministrative.
Rimango accanto a loro con rispetto e delicatezza, senza mai invadere il loro spazio, cercando solo di offrire un po’ di sostegno e di leggerezza nel loro percorso.
Mi siedo al loro fianco come una presenza leggera, un filo di voce quando serve, un silenzio quando basta.
A metà mattina, passo di stanza in stanza, là dove la terapia viene somministrata ai letti.
Offro tè, biscotti, fette biscottate — ma soprattutto un senso di vicinanza lieve, eppure autentica.
 
Questo piccolo gesto si trasforma spesso in un momento prezioso di dialogo, di condivisione. Talvolta nasce una battuta, fiorisce una risata leggera: piccole scintille di umanità che illuminano la giornata.
Un altro momento prezioso è quando accompagno i pazienti del Reparto di degenza in altri reparti: radiologia, dialisi, pneumologia…
In quegli attimi, le nostre vite si sovrappongono per un tratto breve ma intenso.
Siamo il paziente ed io soltanto.
 
È allora che, spesso, nascono dialoghi intimi, profondi. La persona emerge nella sua interezza: non più solo un paziente, ma anche un genitore, una moglie, un marito, un nonno…
Si racconta. Si apre. Condivide frammenti della propria storia, della propria vita.
 
Ed è in quegli istanti che, talvolta, ricevo in dono un sorriso.
Un sorriso che, da solo, basta a dare senso e ragione al mio volontariato.
In questo cammino, spesso sono io a ricevere più di quanto dono.
 
A novembre del 2023 è stato diagnosticato un tumore al polmone alla mia mamma, nello specifico un microcitoma che l’ha portata alla morte nel marzo del 2024. Aveva 64 anni.
 
In quei pochi mesi ha tentato la terapia con chemioterapia che purtroppo non ha funzionato ed è stata poi ricoverata nel reparto di Oncologia. Successivamente è stata trasferita alle Cure Palliative per eseguire sedute di radioterapia.
Durante il ricovero in Oncologia e durante la degenza alle Cure Palliative abbiamo avuto modo di conoscere i volontari dello IOM che portavano la merenda ed erano disponibili a fare due parole ma soprattutto ad ascoltare quando se ne presentava il bisogno.
 
La loro presenza mi rassicurava perché sapevo che quando io non c’ero, la mamma aveva la possibilità di chiacchierare un po’ con loro, fare due risate e anche sfogarsi.Quando ero in reparto, la loro presenza portava una ventata di normalità. Si prendevano cura non solo del paziente ma anche dei parenti presenti. Con un sorriso, con un abbraccio, con un pensiero. Anche con il silenzio.
 
Dopo la morte della mamma, quando ho saputo che iniziava il corso per diventare volontario IOM, ho sentito una spinta naturale nel voler provare a farlo. Il mio pensiero è stato: “Vorrei tanto restituire quello che abbiamo ricevuto noi in quel difficile e dolorosissimo periodo”.
E così ho fatto il corso, l’affiancamento e piano piano sono diventata volontaria attiva dello IOM.
 
Ho avuto paura di non farcela. Rivedere quegli ambienti, rivedere la stanza dove la mamma è morta. Invece non è stato così. Ho sentito una forza e una volontà molto forte di ridonare il bene ricevuto.
Questo percorso credo mi stia aiutando anche ad elaborare il lutto. Non so in che modo ma sento che è così.
 
Sto imparando tante cose. Ricevo tanto bene.
La relazione salva.

 

 
A Giuly, mio marito, paziente fragile, dopo tre scompensi cardiaci e vari ricoveri in San Clemente, viene proposto un ricovero al Poma in Cure Palliative. Dubbiosa mi consiglio con mio figlio, andiamo a colloquio in reparto e ci spiegano il percorso, che non è “l’ultima spiaggia”, come in genere si pensa, ma un ponte tra ospedale e casa, per reinserirlo nel suo ambiente familiare aiutandolo a recuperare le forze. Lui è il primo che fiducioso accetta.
 
Ambiente molto familiare, stanza singola, si possono portare foto, oggetti e ricordi a cui si è affezionati, perfino il suo adorato gatto. Senza limiti di orari.
Ci sono dei volontari dello IOM, Istituto Oncologico Mantovano, associazione che non conoscevamo, che ci affiancano e ci supportano.
 
Dopo pochi giorni: arresto cardiaco. È tutto finito.
Il dolore è grande, dopo 42 anni di matrimonio felice, in salute e in malattia noi abbiamo rispettato le nostre promesse.
 
Vuoto assoluto, decido di impegnarmi nel volontariato, in sua memoria, lui non avrebbe voluto vedermi distrutta.
Sono volontaria Unicef per i bambini, volontaria in una casa di riposo dove faccio animazione per gli anziani, e volontaria IOM.
Dopo aver frequentato un corso molto valido e letto testi vari consigliati, ero convinta di andare in Cure Palliative, ma la dottoressa Aleotti, psicologa, mi aveva avvisato che prima dovevo provare sul posto.
Tirocinio in Cure Palliative, Radioterapia, Day Hospital e Oncologia.
Non riuscivo a entrare in Cure Palliative, la psicologa con la sua esperienza aveva ragione, la botta per me era ancora troppo fresca e dovevo metabolizzare.
Radioterapia bene, Day Hospital e Oncologia benissimo.
Alla fine ho scelto, sentendomi a mio agio in molte situazioni, con una forza che non credevo di avere (sorretta dal mio angelo custode).
 
Vado una volta alla settimana in Day Hospital e una volta al mese, la domenica, in Oncologia.
I pazienti sono molto soddisfatti del servizio dei volontari IOM.
Il mio problema più grande era: i rapporti con persone del mio paese conosciute.
Mi sono presentata dicendo che arrivo in modo naturale comportandomi con discrezione entrando in punta di piedi.
C’è chi è riservato, non vuole che si sappia il problema, chi invece più aperto ne parla tranquillamente con noi volontari.
Ci si adegua alla loro volontà, si socializza, si parla di argomenti leggeri.Quando accompagniamo i pazienti fare esami e controlli, durante il tragitto si stempera il clima raccontando ciò che gradiscono.
 
Quando all’ingresso in Day Hospital accogliamo i nuovi arrivi, spaesati, preoccupati, spieghiamo il percorso, rispondiamo alle loro domande per quello che ci è concesso.
L’ambiente è molto che si dà da fare per circa 80 pazienti.
Gli operatori sono uniti: è una piccola consolazione, non si sentono soli.
 
Molti pazienti dicono: “Non ci aspettavamo questa accoglienza”. E questo fa piacere sentirsi chiamare per nome.
Tanti mi chiedono: dopo aver frequentato per tanto tempo l’ospedale, non potevi far altro?
No: questa è una mia libera scelta, senza imposizioni.
Quello che si fa con il cuore per me vale molto e continuerò a farlo fino a quando le forze me lo permetteranno, mi auguro per tanto tempo.
 
Torno a casa, dopo i turni arricchita; ricevo di più di quello che dono.

 
Grazie di esistere “IOM”.

 

 
Cercherò di scrivere di me e di cosa vuol dire essere volontaria, anche se penso non riuscirò a fermare sulla carta le emozioni e i sentimenti che provo ogni volta che incontro i “miei pazienti”!
Di norma, infatti, preferisco parlare perché gli occhi non mentono mai e i miei, credo, si illumino particolarmente quando parlo di quest’avventura.
 
Ma iniziamo con ordine: mi chiamo Rita, ho 61 anni e sono stata accolta dalla grande Famiglia IOM nel 2021 con l’idea e la presunzione che il mio percorso fosse indirizzato solo e verso il reparto di cure palliative. Subito ho però capito che non ero fatta per quell’esperienza, non per quello che vedevo, ma perché tendevo a non rispettare i silenzi dei pazienti riempiendoli con racconti di me per paura che si deprimeressero pensando alla loro situazione!
 
A questo punto la mia famiglia IOM (a questo servono i familiari!) ha capito e mi ha dato l’opportunità di fare la volontaria in DH ONCOLOGICO e lì mi si è aperto un mondo: quando entro in reparto e incontro i miei pazienti del mercoledì leggo nei loro occhi la felicità (sebbene debbano affrontare esami e visite impegnative) nel vedermi ed è una cosa che non riesco a spiegare ulteriormente.
 
Posso dunque dire che il mio essere volontaria faccia veramente poco, di contro ogni mercoledì mi porto a casa tante di quelle emozioni che mi stanno migliorando la mia vita.

 

Ho scelto di fare il volontario perché alcune esperienze che ho vissuto sulla mia pelle mi hanno portato a capire che, quando si vivono situazioni di forte stress emotivo, tutto è amplificato nel bene e nel male e le persone che ci circondano possono contribuire a fare la differenza.
 
In ospedale ci sono finito anche io. Ogni tanto mi ricordo di quel ragazzo che mentre spingeva lentamente la mia carrozzina mi diceva ad alta voce: “Mettiamo la prima, la seconda, la terza… vai, vaiii!”. Cercava di strapparmi un sorriso per alleggerire il peso che stavo portando. Se sono finito a fare il volontario è anche grazie a lui. Ecco, lui aveva contribuito a fare la differenza anche se non sono riuscito a dirglielo.
L’ospedale è un luogo dove il tempo scorre in modo diverso. È un luogo dove si fanno alcuni incontri che lasciano un segno indelebile.

H
o scelto di fare il volontario in Palliative perché le persone che ci lavorano hanno qualcosa di speciale e perché vedo spesso dei grandissimi esempi di vero amore e di vera amicizia.
 
Se io potessi avere una bilancia su cui mettere da un lato la situazione che sta vivendo un malato terminale e dall’altro l’amore delle persone che gli sono accanto, quell’amore sarebbe talmente grande che la bilancia si spaccherebbe.
 
Sono Marisa,
da tre anni sono Volontaria IOM. Mi sono avvicinata a questa Associazione quando una mia amica, sapendo che ero in pensione, mi ha chiesto di fare il corso spiegandomi di cosa si trattava.
Senza pensarci molto ho accettato forse perché aiutare gli altri fa parte del mio carattere ma soprattutto perché avendo perso delle persone importanti della mia vita, l’ascolto e il parlare con i pazienti mi fa sentire i miei cari ancora vicini.
 
Io faccio servizio in Oncologia, Day Hospital, Cure Palliative e Consulenza Genetica, in ogni turno e in ogni reparto sono a contatto con persone ma soprattutto con stati d’animo diversi; dalla rabbia alla speranza, alla desolazione per finire alla disperazione.
 
Diversi episodi mi hanno colpito, uno dei tanti, che in questo periodo è spesso nella mia mente, è quello di una signora che qualche giorno prima dello scorso Natale, nel reparto di Cure Palliative, accarezzava la madre terminale e non accettava la sua morte.
Sono entrata nella stanza e abbiamo iniziato a parlare come se ci conoscessimo da tempo. Dopo circa quaranta minuti me ne sono andata e lei nel salutarmi mi ha abbracciata chiedendomi di ritornare a trovarla.
 
Ogni volta che finisco un turno mi accorgo di essere io ad aver ricevuto dai pazienti e non essere stata io ad aver dato loro.

 

ACCANTO ALLA VITA

Conosco l’Istituto Oncologico Mantovano dal 2019. Da giovane volontario, ora ho 27 anni, spesso mi è stato chiesto il motivo per cui ho scelto di dedicare parte del mio tempo ad una realtà riguardante l’accompagnamento di persone nel fine vita. Perché un giovane decide di accostarsi al dolore dell’altro? Perché a vent’anni scegliere di stare in un luogo in cui ci si prende cura dei malati terminali?
 
Forse per rimanere umani in un mondo irreparabile e lacerato dalle morti violente o forse per saziare di vita i giorni e ricercare il senso dell’esistenza. Spesso nei luoghi del dolore e della sofferenza si incontrano veri maestri di vita e il solo stare insieme alle persone malate induce a riflettere, in modo costruttivo, sul valore del tempo e sulla propria mortalità. Molte esperienze vissute nel mio servizio mi hanno permesso di imparare a vivere più pienamente e consapevolmente: chi mi ha insegnato è stato proprio chi stava per morire. È mia convinzione che la morte educa alla vita e né giovani né adulti dovrebbero censurarla o occultarla.
 
È uno sguardo a raccontare la mia esperienza di volontariato tra gli ospiti della Struttura Complessa di Cure Palliative dell’ ’’ASST “Carlo Poma” di Mantova: uno sguardo che sa di “promessa di Paradiso”. Così Rosario aveva definito il celebre dipinto “La ragazza con l’orecchino di perla” dell’olandese J. Vermeer del quale conservava una copia nella stanza 6 dell’Hospice. La porta sempre chiusa di quella stanza lasciava intuire una situazione di dolore estremo. Approcciarmi da volontario agli ospiti qui ricoverati presuppone la consapevolezza della fragilità e della finitudine che l’altro sta vivendo nell’intimità della propria sofferenza. Restituire dignità a chi nella malattia ne vive la perdita spetta anche alla comunità. Il volontario, in quanto membro attivo della stessa, svolge un ruolo umanamente rilevante: entrare in Cure Palliative significa entrare in contatto con l’umanità sofferente della nostra comunità e trasmettere il potere della speranza con i piccoli gesti di cura e di servizio che il volontario offre. Il volontario IOM rappresenta la comunità che ascolta, si rende vicina e accompagna i malati e i loro familiari. Lo sguardo del volontario ha la responsabilità di custodire la dignità del malato ed è sollievo nella sofferenza. Nonostante il volto di Rosario fosse sfigurato dalla malattia ormai in stadio avanzato, lo sguardo e i tratti pacificanti del ritratto che teneva con sé alleggerivano la sua angoscia di morte. Chi sceglie di essere volontario in campo socio-sanitario deve avvicinarsi al malato con uno sguardo che lascia trasparire quella “promessa di Paradiso” capace di avvolgere il malato di umanità fino al suo ultimo respiro.
 
Non avrei mai immaginato che nella mia esistenza sarei stata in grado di entrare in un reparto di cure palliative come volontaria, con una serenità d’animo che ancora oggi mi sbalordisce per la sua intensità.
 
Era un pensiero inesistente e lontano e se affiorava veniva scacciato per paura che potesse solo affacciarsi alla mente. Forse perché non avevo mai pensato alla fine vita, alla sofferenza fisica e psicologica delle persone, alla loro necessità di avere un accompagnamento discreto durante l’ultimo periodo dell’esistenza. Era paura, disagio e insicurezza… la morte di persone amiche mi scuoteva e addolorava all’inverosimile ma non pensavo che ci potesse essere conforto di fronte alla morte o alla malattia.
Non ero insensibile, ero solo figlia di un pensiero comune? Vivere ogni giorno, per professione, a contatto con ragazzi e ragazze, condividere giovinezza e spensieratezza mi hanno fuorviata? Forse l’età, gli impegni, la famiglia, gli amici…non so trovare una ragione…
 
Poi è arrivato anche per noi, nella mia famiglia, quel male oscuro che annichilisce, entra nella tua casa con una furia selvaggia, semina in tutti paura, angoscia e attesa…
Mille pensieri ti attanagliano, cerchi ovunque una soluzione e ancora non ti capaciti che tutto questo è vita!
Durante questo tristissimo periodo un faro si accese grazie, al debole ma vivo sorriso di mio padre, tutte le volte che il personale medico e infermieristico dello IOM veniva a farci visita. E’ stato un flash che ha colpito la mia anima e a distanza di tempo mi ha spinta ad affacciarmi ad una realtà così viva, fortemente formativa del volontariato presso questa associazione.
 
Ho iniziato il corso per volontari presso la sede di Mantova, con titubanza perché non capivo se sarei stata in grado di proseguire, con l’intento di donare quel sorriso e lo stesso sguardo fiducioso che avevo sperimentato in famiglia, ma soprattutto per sanare una ferita ancora aperta.
Il percorso mi ha portata a entrare a contatto con vari stadi della malattia… prima in oncologia, poi in day hospital, in radioterapia e infine nel reparto di cure palliative. Ho conosciuto persone di ogni età e con gravità diverse. Una cosa accumunava e accomuna tutti: il grande bisogno di lasciare una traccia della propria vita, delle esperienze ed emozioni vissute oltre che l’essere accolti e considerati ancora parte integrante della società. Ho incrociato e incrocio sguardi velati dalla sofferenza che non chiedono commiserazione ma rispetto, incoraggiamento, ascolto e condivisione.
 
Non esistono limiti di età, ceto, etnia si è uomini e donne capaci di donare ancora a piene mani. Quanto ho ricevuto e ricevo in queste mie visite!
Certo è difficile affrontare il dolore, sentirlo nell’aria, respirarlo nelle lacrime di chi li ha a cuore, cercare di restare impassibile nello stringere una mano o accarezzare una guancia a chi non spera più o sa che non avrà più un domani.
Il cuore duole, partecipa e condivide; in questa condivisione ci si unisce e si tesse un legame di vita così forte che nulla potrà distruggerlo, nemmeno la morte!
 
Mi chiamo Gianni, sono un libero professionista e sono volontario presso lo IOM – Istituto Oncologico Mantovano.
Ho scelto di iniziare questa attività spinto dal desiderio di utilizzare il mio tempo libero per essere utile agli altri e sapevo che allo IOM mi sarei trovato in prima linea.
Per una serie di vicende personali ho capito che prendersi cura della malattia fisica è importante, ma che prendersi cura della sofferenza psicologica che ne deriva è altrettanto fondamentale. È così che, tra i vari servizi che lo IOM offre, ho scelto proprio quello di stare in reparto ospedaliero accanto ai pazienti oncologici, sia a quelli che affrontano il percorso di cura, sia a quelli in fase terminale.
 
È un’esperienza intensa, che richiede ascolto, presenza e rispetto profondo per la fragilità e la forza delle persone che incontro.
Ogni persona che si racconta ha spesso storie vere ed appassionanti da condividere, molte arricchiscono, molte toccano nel profondo. Ogni storia ha il suo peso e il suo valore, ogni incontro lascia qualcosa, spesso una riflessione che mi accompagna anche fuori dall’ospedale.
In alcuni casi le parole non sono necessarie. È sufficiente essere presenti, ascoltare con il cuore e stare accanto a chi sta affrontando una delle sfide più grandi della vita.
Il volontariato a contatto con i pazienti insegna a ridimensionare le preoccupazioni quotidiane. Si impara a distinguere ciò che è davvero importante da ciò che non lo è. Vivere accanto a chi affronta la malattia cambia la prospettiva: si riscrive l’ordine delle priorità, si impara a non dare nulla per scontato, ad essere più presenti, più umani.
 
Questa attività mi dà la sensazione concreta di usare al meglio il mio tempo. Ad una persona che sta pensando di iniziare a fare volontariato nello IOM, ma ha dei dubbi, direi di non esitare. Sta per fare qualcosa di utile nel senso più pieno della parola: utile agli altri, in primis, ma anche profondamente utile a sé stesso. Non mi viene in mente niente di più bello per impiegare al meglio il proprio tempo libero.
Avevo 46 anni quando è arrivata la diagnosi di tumore al seno. Il percorso che ne è seguito è simile a quello di molte altre donne e non sono mancati i momenti in cui ho dovuto fare i conti con la possibilità concreta di non farcela.Poi ho messo un punto. Mi sono detta che era finita. Passata.
Mi era però rimasto un vuoto. Tante persone mi avevano aiutata, accompagnata, accudita, di alcune di loro non ho mai conosciuto nemmeno il nome. Sempre più sentivo il desiderio di fare qualcosa per gli altri, di restituire alla comunità almeno una parte di quello che avevo ricevuto.

L’opportunità mi è stata servita su un piatto d’argento da un conoscente che oggi è un carissimo amico.
Un giorno mi dice: “Sai che mi iscrivo allo IOM? Divento volontario!” E che cosa sarà mai questo IOM! Mi spiega, mi entusiasmo.
Da lì a qualche settimana faccio il corso di formazione. L’entusiasmo va alle stelle.
Inizio a comprendere in che cosa consiste il servizio che ogni giorno lo IOM svolge nelle corsie del nostro ospedale. Non avevo mai fatto volontariato prima quindi non posso non chiedermi se sarò all’altezza.

Inizio il training, i volontari che mi fanno da tutor mi accolgono con calore, mi accompagnano, mi conducono per mano nei vari reparti. È decisamente la cosa migliore che io abbia mai fatto nella mia vita.
Vengo destinata al reparto di cure palliative. Comincia una splendida e dolce esperienza di vita.

Ogni volta che mi chiudo la porta alle spalle per entrare in reparto mi pervade un senso di pace, lascio nel mondo esterno ogni pensiero e mi dedico ai “miei” pazienti.
L’hospice è un mondo a sé, dall’altra parte della porta ci si spaventa solo a sentirlo nominare; al contrario non si può nemmeno immaginare quanta ricchezza si possa trovare al suo interno.
 
Nella mia ancora breve storia di volontaria ogni paziente, ogni familiare con cui ho avuto uno scambio è stato estremamente arricchente, mi ha lasciato qualcosa di cui non potrò e non vorrò mai liberarmi.
Vero che molto spesso, troppo forse, si incontrano persone che non sono state particolarmente fortunate: mamme e papà che presto lasceranno bimbi piccoli, giovani donne e uomini che avrebbero dovuto ancora conoscere molto di questo mondo, ma è pur vero che in quelle stanze, nelle quali mi hanno insegnato ad entrare sempre in punta di piedi, si trovano innumerevoli esempi di puro amore, di vera amicizia, di fratellanza, di serenità ma anche di rabbia, di risentimento e di profonda tristezza.E allora di fronte a tali e così diversi sentimenti ho fatto del sorriso la mia arma migliore, un sorriso che non può essere finto ma che deve venire direttamente dal cuore perché solo così potrà fare breccia nel cuore di chi lo riceve.

Marco, volontario

ACCANTO ALLA VITA

Conosco l’Istituto Oncologico Mantovano dal 2019. Da giovane volontario, ora ho 27 anni, spesso mi è stato chiesto il motivo per cui ho scelto di dedicare parte del mio tempo ad una realtà riguardante l’accompagnamento di persone nel fine vita. Perché un giovane decide di accostarsi al dolore dell’altro? Perché a vent’anni scegliere di stare in un luogo in cui ci si prende cura dei malati terminali?
Forse per rimanere umani in un mondo irreparabile e lacerato dalle morti violente o forse per saziare di vita i giorni e ricercare il senso dell’esistenza. Spesso nei luoghi del dolore e della sofferenza si incontrano veri maestri di vita e il solo stare insieme alle persone malate induce a riflettere, in modo costruttivo, sul valore del tempo e sulla propria mortalità. Molte esperienze vissute nel mio servizio mi hanno permesso di imparare a vivere più pienamente e consapevolmente: chi mi ha insegnato è stato proprio chi stava per morire. È mia convinzione che la morte educa alla vita e né giovani né adulti dovrebbero censurarla o occultarla.
È uno sguardo a raccontare la mia esperienza di volontariato tra gli ospiti della Struttura Complessa di Cure Palliative dell’ ’’ASST “Carlo Poma” di Mantova: uno sguardo che sa di “promessa di Paradiso”. Così Rosario aveva definito il celebre dipinto “La ragazza con l’orecchino di perla” dell’olandese J. Vermeer del quale conservava una copia nella stanza 6 dell’Hospice. La porta sempre chiusa di quella stanza lasciava intuire una situazione di dolore estremo. Approcciarmi da volontario agli ospiti qui ricoverati presuppone la consapevolezza della fragilità e della finitudine che l’altro sta vivendo nell’intimità della propria sofferenza. Restituire dignità a chi nella malattia ne vive la perdita spetta anche alla comunità. Il volontario, in quanto membro attivo della stessa, svolge un ruolo umanamente rilevante: entrare in Cure Palliative significa entrare in contatto con l’umanità sofferente della nostra comunità e trasmettere il potere della speranza con i piccoli gesti di cura e di servizio che il volontario offre. Il volontario IOM rappresenta la comunità che ascolta, si rende vicina e accompagna i malati e i loro familiari. Lo sguardo del volontario ha la responsabilità di custodire la dignità del malato ed è sollievo nella sofferenza. Nonostante il volto di Rosario fosse sfigurato dalla malattia ormai in stadio avanzato, lo sguardo e i tratti pacificanti del ritratto che teneva con sé alleggerivano la sua angoscia di morte. Chi sceglie di essere volontario in campo socio-sanitario deve avvicinarsi al malato con uno sguardo che lascia trasparire quella “promessa di Paradiso” capace di avvolgere il malato di umanità fino al suo ultimo respiro.

Gabriella, volontaria

Non avrei mai immaginato che nella mia esistenza sarei stata in grado di entrare in un reparto di cure palliative come volontaria, con una serenità d’animo che ancora oggi mi sbalordisce per la sua intensità.
Era un pensiero inesistente e lontano e se affiorava veniva scacciato per paura che potesse solo affacciarsi alla mente. Forse perché non avevo mai pensato alla fine vita, alla sofferenza fisica e psicologica delle persone, alla loro necessità di avere un accompagnamento discreto durante l’ultimo periodo dell’esistenza. Era paura, disagio e insicurezza… la morte di persone amiche mi scuoteva e addolorava all’inverosimile ma non pensavo che ci potesse essere conforto di fronte alla morte o alla malattia.
Non ero insensibile, ero solo figlia di un pensiero comune? Vivere ogni giorno, per professione, a contatto con ragazzi e ragazze, condividere giovinezza e spensieratezza mi hanno fuorviata?  Forse l’età, gli impegni, la famiglia, gli amici…non so trovare una ragione…
Poi è arrivato anche per noi, nella mia famiglia, quel male oscuro che annichilisce, entra nella tua casa con una furia selvaggia, semina in tutti paura, angoscia e attesa…
Mille pensieri ti attanagliano, cerchi ovunque una soluzione e ancora non ti capaciti che tutto questo è vita!
Durante questo tristissimo periodo un faro si accese grazie, al debole ma vivo sorriso di mio padre, tutte le volte che il personale medico e infermieristico dello IOM veniva a farci visita. E’ stato un flash che ha colpito la mia anima e a distanza di tempo mi ha spinta ad affacciarmi ad una realtà così viva, fortemente formativa del volontariato presso questa associazione.
Ho iniziato il corso per volontari presso la sede di Mantova, con titubanza perché non capivo se sarei stata in grado di proseguire, con l’intento di donare quel sorriso e lo stesso sguardo fiducioso che avevo sperimentato in famiglia, ma soprattutto per sanare una ferita ancora aperta.
Il percorso mi ha portata a entrare a contatto con vari stadi della malattia… prima in oncologia, poi in day hospital, in radioterapia e infine nel reparto di cure palliative. Ho conosciuto persone di ogni età e con gravità diverse. Una cosa accumunava e accomuna tutti: il grande bisogno di lasciare una traccia della propria vita, delle esperienze ed emozioni vissute oltre che l’essere accolti e considerati ancora parte integrante della società. Ho incrociato e incrocio sguardi velati dalla sofferenza che non chiedono commiserazione ma rispetto, incoraggiamento, ascolto e condivisione.
 
Non esistono limiti di età, ceto, etnia si è uomini e donne capaci di donare ancora a piene mani. Quanto ho ricevuto e ricevo in queste mie visite!
Certo è difficile affrontare il dolore, sentirlo nell’aria, respirarlo nelle lacrime di chi li ha a cuore, cercare di restare impassibile nello stringere una mano o accarezzare una guancia a chi non spera più o sa che non avrà più un domani. Il cuore duole, partecipa e condivide; in questa condivisione ci si unisce e si tesse un legame di vita così forte che nulla potrà distruggerlo, nemmeno la morte!

Gianni, volontario

Mi chiamo Gianni, sono un libero professionista e sono volontario presso lo IOM – Istituto Oncologico Mantovano.
Ho scelto di iniziare questa attività spinto dal desiderio di utilizzare il mio tempo libero per essere utile agli altri e sapevo che allo IOM mi sarei trovato in prima linea.
Per una serie di vicende personali ho capito che prendersi cura della malattia fisica è importante, ma che prendersi cura della sofferenza psicologica che ne deriva è altrettanto fondamentale. È così che, tra i vari servizi che lo IOM offre, ho scelto proprio quello di stare in reparto ospedaliero accanto ai pazienti oncologici, sia a quelli che affrontano il percorso di cura, sia a quelli in fase terminale.
 
È un’esperienza intensa, che richiede ascolto, presenza e rispetto profondo per la fragilità e la forza delle persone che incontro.
Ogni persona che si racconta ha spesso storie vere ed appassionanti da condividere, molte arricchiscono, molte toccano nel profondo. Ogni storia ha il suo peso e il suo valore, ogni incontro lascia qualcosa, spesso una riflessione che mi accompagna anche fuori dall’ospedale.
In alcuni casi le parole non sono necessarie. È sufficiente essere presenti, ascoltare con il cuore e stare accanto a chi sta affrontando una delle sfide più grandi della vita.
Il volontariato a contatto con i pazienti insegna a ridimensionare le preoccupazioni quotidiane. Si impara a distinguere ciò che è davvero importante da ciò che non lo è. Vivere accanto a chi affronta la malattia cambia la prospettiva: si riscrive l’ordine delle priorità, si impara a non dare nulla per scontato, ad essere più presenti, più umani.
 
Questa attività mi dà la sensazione concreta di usare al meglio il mio tempo. Ad una persona che sta pensando di iniziare a fare volontariato nello IOM, ma ha dei dubbi, direi di non esitare. Sta per fare qualcosa di utile nel senso più pieno della parola: utile agli altri, in primis, ma anche profondamente utile a sé stesso. Non mi viene in mente niente di più bello per impiegare al meglio il proprio tempo libero.

Volontaria

Avevo 40 quando e arrivata la dagnosi di tumore al seno. Il percorso che ne è seguito è simile a quello di molte altre donne e non sono mancati i momenti in cui no dovuto fare i conti con la possibilità concreta di non farcela.
Poi ho messo un punto. Mi sono detta che era finita. Passata.
Mi era però rimasto un vuoto. Tante persone mi avevano aiutata, accompagnata, accudita, di alcune di loro non ho mai conosciuto nemmeno il nome. Sempre più sentivo il desiderio di fare qualcosa per gli altri, di  restituire alla comunità almeno una parte di quello che avevo ricevuto. L’opportunità mi è stata servita su un piatto d’argento da un conoscente che oggi è un carissimo amico.
Un giorno mi dice “Sai che mi scrivo allo IOM? Divento volontario!” E che cosa sarà mai questo lOM! Mi spiega, mi entusiasmo. Da lì a qualche settimana faccio il corso di formazione. L’entusiasmo va alle stelle.
Inizio a comprendere in che cosa consiste il servizio che ogni giorno lo lOM svolge nelle corsie del nostro ospedale. Non avevo mai fatto volontariato prima quindi non posso non chiedermi se sarò all’altezza.
Inizio il training, i volontari che mi fanno da tutor mi accolgono con calore, mi accompagnano, mi conducono per mano nei vari reparti. È decisamente la cosa migliore che io abbia mai fatto nella mia vita.
Vengo destinata al reparto di cure palliative. Comincia una splendida e dolce esperienza di vita.
Ogni volta che mi chiudo la porta alle spalle per entrare in reparto mi pervade un senso di pace, lascio nel mondo esterno ogni pensiero e mi dedico ai “miei” pazienti. L’hospice è un mondo a sé, dall’altra parte della porta ci si spaventa solo a sentirlo nominare: al contrario non si può nemmeno immaginare quanta ricchezza si possa trovare al suo interno.
Nella mia ancora breve storia di volontaria ogni paziente, ogni familiare con cui ho avuto uno scambio è stato estremamente arricchente, mi ha lasciato quel qualcosa di cui non potrò e non vorrò mai liberarmi. Vero che molto spesso, troppo forse, si incontrano persone che non sono state particolarmente fortunate: mamma e papà che presto lasceranno bimbi piccoli, giovani donne e uomini che avrebbero dovuto ancora conoscere molto di questo mondo, ma è pur vero che in quelle stanze nelle quali mi hanno insegnato ad entrare sempre in punta di piedi, si trovano innumerevoli esempi di puro amore, di vera amicizia. di fratellanza, di serenità ma anche di rabbia, di risentimento e di profonda tristezza.
 
E allora di fronte a tali e così diversi sentimenti ho fatto del sorriso la mia arma migliore. Un sorriso che non può essere finto ma che deve venire direttamente dal
cuore perchè solo così potrà fare breccia nel cuore di chi lo riceve.