Coltivare la speranza
Sant’Agostino: “La speranza ha due figli: la rabbia e il coraggio”
Il lutto segna sempre un “prima” e un “dopo”, disarticola il tempo, spezza il filo dei progetti e delle aspirazioni.
Ma è un tempo della vita e dà tempo alla vita.
È uno sconvolgimento interiore della persona, ognuno prende coscienza della propria fragilità.
La fragilità poi è un concetto multidimensionale, fatto di tanti aspetti, spesso interconnessi: aspetti organici, psicologici, sociali, emotivi, ecc.)
Il lutto è lutto per tutto ciò che non sarà più, da quel momento in poi la vita cambia direzione.
Ogni lutto, come ogni dolore è unico, non ha un eguale, perché ognuno vive l’esperienza in modo diverso da tutti gli altri.
La prima necessità è quella di un ascolto autentico, partecipe e non giudicante; le persone hanno bisogno di perdonarsi, accettando le proprie imperfezioni e le proprie fragilità; devono fare pace con se stesse.
Sono da bandire le parole di facile rassicurazione.
Occorre dare cittadinanza al proprio dolore, perché questo è il contesto in cui l’esperienza individuale di dolore si salda con il senso universale della sofferenza.
Il dolore è un linguaggio complesso che si esprime in molto modi: le lacrime, le parole, i silenzi, i ricordi, la fede religiosa.
Le lacrime del dolore sono diverse da tutte le altre lacrime che possiamo incontrare; sono quelle che determinano la secrezione di prolattina (si radicano nella profondità di un legame ferito).
Ricordare è qualcosa di molto importante, ha a che fare col “riportare al cuore”.
Il ricordare è un’attività con forte valenza curativa, poetica. Ricostruisce il legame nelle sue ferite.
Il ricordo unisce ciò che la vita separa, sono il ponte fra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati.
I ricordi danno continuità alla nostra vita, ne fanno emergere il filo rosso che la tiene insieme.
È nel ricordo che le cose e le persone prendono il loro posto nella vita.
I ricordi si prendono cura della nostra anima e ci fanno capire che la nostra vita è stata sensata.
Il ricordo chiede di essere raccontato per essere attraversato ed elaborato.
Permette di ricostruire il tempo vissuto, tutto ciò che è stato.
Al ricordo si accompagna sempre la nostalgia, che è un sentimento molto positivo, vitale, permette di recuperare la pienezza del tempo, in cui il presente non è tutto.
La nostalgia è una guida che orienta, iuta a ricostruire un senso nuovo della vita, non schiacciato su presente e nella nostalgia il dolore si stempera.
Trasforma il dolore della ferita lacerante in memoria “affettuosa”.
La speranza è nutrita e sostenuta dalla dimensione di fede della persona.
Quando Pandora aprì il vaso di Zeus, ne uscirono tutti i mali, ma sul fondo del vaso rimase la speranza.
È la più umile delle virtù teologali (fede, speranza e carità); è la sorella minore che tiene per mano le due sorelle maggiori.
La speranza è come un dono divino che illumina il cammino nei suoi tratti bui.
Non è ottimismo vuoto, ma la certezza che Dio non ci abbandona mai e ci permette di “trasformare” l’esistenza.
La speranza è un vero e proprio farmaco, modifica la secrezione dei neurotrasmettitori del cervello; aumenta la secrezione interna di endorfine. Attenua il dolore.
La speranza è una scelta di vita attiva e coraggiosa, è un sentimento che spinge a guardare avanti, ci dà la fiducia di essere ancora capaci di guidare la propria vita, è come una luce che aiuta a navigare ancora.
Motiva a credere in sé stessi.
È la più importante qualità nella spinta evolutiva ciascuno di noi.
La speranza aumenta il nostro stato di salute mentale ed emotivo.
Come si alimenta la nostra capacità di speranza?
Innanzitutto è alimentata dalla qualità personali, che uno coltiva e matura nel corso della vita, dalla vita spirituale, dalle relazioni interpersonali di qualità, dalla capacità di accogliere l’aiuto di altre persone, saper coltivare la gratitudine.
Strategie per supportare la speranza: stare sul presente, coltivare “brevi” speranze, concentrarsi sui ricordi positivi, saper riconoscere gli obbiettivi raggiunti.
La speranza poi diventa un fattore di guarigione.
Avere la massima cura delle relazioni, e questo è uno stile di vita, un modo di essere.
La cura aiuta a vivere le proprie ferite.
Ciò che dà senso alla nostra vita sono i beni relazionali, perché la speranza si coltive dentro relazioni di fiducia: se di tifi, ti affidi e quindi speri.
Paola Aleotti, 21/03/2026

