In ogni stanza, in ogni corridoio, in ogni gesto di cura c’è una storia.
Questa sezione raccoglie le testimonianze di chi vive IOM da vicino: volontari, familiari, professionisti. Voci diverse, unite da un filo comune: l’esperienza profonda della relazione, della presenza, dell’essere accanto a chi soffre.
Parole autentiche che raccontano cosa significa ascoltare, accompagnare, ricevere, scegliere di esserci. Storie intime e preziose che parlano di fragilità, ma anche di forza, di riscoperta, di umanità condivisa.
Laura, volontaria
Il mio essere Volontaria IOM
Il tutto è cominciato circa tre anni fa.
Ogni mattina prima che la giornata prenda il suo ritmo, mi incontro con un gruppo di amiche davanti a un caffè. Con un sorriso complice chiamiamo quel momento il “nostro giretto”.
Quella mattina, tra una risata e l’altra, una cara amica mi parlò dell’esperienza profonda e toccante che stava vivendo come volontaria in oncologia.
Aveva iniziato a considerare questa forma di volontariato dopo anni di impegni professionali, entrambi consapevoli che il troppo tempo dedicato alla conciliazione faticosa tra lavoro e famiglia — e la sua natura generosa — meritassero di essere messi a disposizione di qualcun altro.
Abbiamo chiesto un colloquio informativo con le responsabili dell’associazione: la Dott.ssa Mara Grossi, vicepresidente, e la Dott.ssa Aleotti, psicologa e mentore dei volontari. Nel racconto della mia amica riconoscevo riflessa una parte di me.
Spiegai che anche io, negli ultimi anni, avevo sentito la necessità di trovare uno spazio dedicato al volontariato. Ero convinta che imparare a conoscere quanto una persona stia soffrendo richiedesse coraggio, e che quella sofferenza, spesso, potesse intimorirmi.
Mi preoccupava il dolore dell’altro e non ero certa di essere pronta. Avevo un timore grande: la fragilità altrui avrebbe risuonato con la mia?
Mi sentivo, con sincerità, impreparata.
Da quei primi incontri, però, mi sono resa conto di una stranezza che mi riguardava, perché la mia storia personale era diversa da quella di molti aspiranti volontari: loro avevano attraversato il dolore in prima persona, una malattia, una perdita. Io?
Allora mi sono chiesta: cosa mi spingeva davvero a essere lì, se una persona amata, io no?
La risposta che ho trovato dentro di me è stata semplice: la riconoscenza.
Infatti, io avevo avuto il privilegio — immenso — di non conoscere quel tipo di dolore, tuttavia volevo che almeno una parte di ciò che la vita mi aveva concesso, potesse tornare indietro.
Il cammino infatti, l’ho capito strada facendo, era un modo per imparare ciò che ignoravo: come si sta accanto a chi soffre, come si ascolta, come si accoglie la vita anche mentre scivola verso la sua conclusione.
Credevo all’inizio che la mia “estraneità” al dolore potesse farmi essere più lucida, con maggiore capacità consolatoria, ma mi sbagliavo.
Sul finire del primo affiancamento ho capito una cosa molto diversa, che ancora oggi non ho paura di nominare: non si può entrare in relazione con chi soffre restando “fuori”.
Stare accanto ai malati mi ha mostrato una forza vitale che si manifesta fino all’ultimo respiro.
Un raggio silenzioso, ma potente, che trasmette il senso profondo della bellezza del vivere: una bellezza fragile, ma potentissima.
Ho scoperto che proprio nell’istante in cui l’altro mostra tutto dentro sé — anche la parte più struggente — io mi trovavo davanti a una chiarezza nuova, quasi una verità di strada, che chiamiamo fine.
Come essere adeguati nell’approccio?
Non ho ricette né “segreti” — se possiamo chiamarli così.
Si impara non giudicando, ma restando accanto e guardando la persona, non la malattia.
Non vedere “il malato”, ma l’essere umano che abbiamo davanti, con la sua storia, i suoi sogni, le sue paure, i suoi gesti quotidiani.
Quante volte, nel silenzio di una stanza, ho pensato che la nostra presenza lì parla più delle parole.
Che accompagnare non significa “fare”, ma esserci.
Compiere movimenti lievi, discreti, senza invadere, senza giudicare, senza andare oltre ciò che la persona vuole condividere.
Ho capito che, a volte, basta un sorriso.
Un sorriso che non allevia il dolore, ma resta, e accompagna.
Nel tempo delle incertezze che ci rendono fragili, si scopre la verità dell’amore:
ogni sguardo, ogni mano sfiorata, ogni storia condivisa per un tratto di vita è un dono.
Non si tratta solo di sofferenza, ma di esperienza preziosa.
Testimoni della grandezza della vita, anche — e forse soprattutto — quando sembra affievolirsi.
Ero entrata nel volontariato con l’idea di “dare”.
Ho capito che, in realtà, sto anche e forse più, ricevendo.
Con gratitudine.
Fiorenza, volontaria
Sono sempre stata sensibile al tema della sofferenza e della malattia.
E quale malattia ci spaventa di più, se non quella oncologica?
Ho deciso di diventare volontaria in Oncologia quando ho smesso di lavorare, in un giorno in cui sentivo profonda gratitudine per la vita. In me è nato allora un desiderio forte: ricambiare i doni ricevuti stando vicino a chi affronta la prova della malattia oncologica.
Sono ormai cinque anni che svolgo attività di volontariato, prevalentemente nel Day Hospital oncologico.
Ricordo ancora il mio primo giorno. Mi sentivo timida, insicura, quasi spaesata.
Trovai il coraggio di scambiare qualche parola con una paziente che stava ricevendo la terapia.
Alla fine del breve dialogo, lei mi ringraziò.
«È il mio primo giorno» le dissi.
«Eppure mi ha fatto tanto bene» mi rispose con un sorriso.
In quell’istante, ho sentito che la mia anima aveva trovato casa.
La mia presenza in Day Hospital vuole essere prima di tutto un gesto di vicinanza: un ascolto attivo, un aiuto concreto ai pazienti per orientarsi tra ambulatori, Punto Prelievi e pratiche amministrative.
Rimango accanto a loro con rispetto e delicatezza, senza mai invadere il loro spazio, cercando solo di offrire un po’ di sostegno e di leggerezza nel loro percorso.
Mi siedo al loro fianco come una presenza leggera, un filo di voce quando serve, un silenzio quando basta.
A metà mattina, passo di stanza in stanza, là dove la terapia viene somministrata ai letti.
Offro tè, biscotti, fette biscottate — ma soprattutto un senso di vicinanza lieve, eppure autentica.
Questo piccolo gesto si trasforma spesso in un momento prezioso di dialogo, di condivisione. Talvolta nasce una battuta, fiorisce una risata leggera: piccole scintille di umanità che illuminano la giornata.
Un altro momento prezioso è quando accompagno i pazienti del Reparto di degenza in altri reparti: radiologia, dialisi, pneumologia…
In quegli attimi, le nostre vite si sovrappongono per un tratto breve ma intenso.
Siamo il paziente ed io soltanto.
È allora che, spesso, nascono dialoghi intimi, profondi. La persona emerge nella sua interezza: non più solo un paziente, ma anche un genitore, una moglie, un marito, un nonno…
Si racconta. Si apre. Condivide frammenti della propria storia, della propria vita.
Ed è in quegli istanti che, talvolta, ricevo in dono un sorriso.
Un sorriso che, da solo, basta a dare senso e ragione al mio volontariato.
In questo cammino, spesso sono io a ricevere più di quanto dono.
Barbara, volontaria
A novembre del 2023 è stato diagnosticato un tumore al polmone alla mia mamma, nello specifico un microcitoma che l’ha portata alla morte nel marzo del 2024. Aveva 64 anni.
In quei pochi mesi ha tentato la terapia con chemioterapia che purtroppo non ha funzionato ed è stata poi ricoverata nel reparto di Oncologia. Successivamente è stata trasferita alle Cure Palliative per eseguire sedute di radioterapia.
Durante il ricovero in Oncologia e durante la degenza alle Cure Palliative abbiamo avuto modo di conoscere i volontari dello IOM che portavano la merenda ed erano disponibili a fare due parole ma soprattutto ad ascoltare quando se ne presentava il bisogno.
La loro presenza mi rassicurava perché sapevo che quando io non c’ero, la mamma aveva la possibilità di chiacchierare un po’ con loro, fare due risate e anche sfogarsi.Quando ero in reparto, la loro presenza portava una ventata di normalità. Si prendevano cura non solo del paziente ma anche dei parenti presenti. Con un sorriso, con un abbraccio, con un pensiero. Anche con il silenzio.
Dopo la morte della mamma, quando ho saputo che iniziava il corso per diventare volontario IOM, ho sentito una spinta naturale nel voler provare a farlo. Il mio pensiero è stato: “Vorrei tanto restituire quello che abbiamo ricevuto noi in quel difficile e dolorosissimo periodo”.
E così ho fatto il corso, l’affiancamento e piano piano sono diventata volontaria attiva dello IOM.
Ho avuto paura di non farcela. Rivedere quegli ambienti, rivedere la stanza dove la mamma è morta. Invece non è stato così. Ho sentito una forza e una volontà molto forte di ridonare il bene ricevuto.
Questo percorso credo mi stia aiutando anche ad elaborare il lutto. Non so in che modo ma sento che è così.
Sto imparando tante cose. Ricevo tanto bene.
La relazione salva.
Lucy, volontaria
A Giuly, mio marito, paziente fragile, dopo tre scompensi cardiaci e vari ricoveri in San Clemente, viene proposto un ricovero al Poma in Cure Palliative. Dubbiosa mi consiglio con mio figlio, andiamo a colloquio in reparto e ci spiegano il percorso, che non è “l’ultima spiaggia”, come in genere si pensa, ma un ponte tra ospedale e casa, per reinserirlo nel suo ambiente familiare aiutandolo a recuperare le forze. Lui è il primo che fiducioso accetta.
Ambiente molto familiare, stanza singola, si possono portare foto, oggetti e ricordi a cui si è affezionati, perfino il suo adorato gatto. Senza limiti di orari.
Ci sono dei volontari dello IOM, Istituto Oncologico Mantovano, associazione che non conoscevamo, che ci affiancano e ci supportano.
Dopo pochi giorni: arresto cardiaco. È tutto finito. Il dolore è grande, dopo 42 anni di matrimonio felice, in salute e in malattia noi abbiamo rispettato le nostre promesse.
Vuoto assoluto, decido di impegnarmi nel volontariato, in sua memoria, lui non avrebbe voluto vedermi distrutta.
Sono volontaria Unicef per i bambini, volontaria in una casa di riposo dove faccio animazione per gli anziani, e volontaria IOM.
Dopo aver frequentato un corso molto valido e letto testi vari consigliati, ero convinta di andare in Cure Palliative, ma la dottoressa Aleotti, psicologa, mi aveva avvisato che prima dovevo provare sul posto.
Tirocinio in Cure Palliative, Radioterapia, Day Hospital e Oncologia.
Non riuscivo a entrare in Cure Palliative, la psicologa con la sua esperienza aveva ragione, la botta per me era ancora troppo fresca e dovevo metabolizzare.
Radioterapia bene, Day Hospital e Oncologia benissimo.
Alla fine ho scelto, sentendomi a mio agio in molte situazioni, con una forza che non credevo di avere (sorretta dal mio angelo custode).
Vado una volta alla settimana in Day Hospital e una volta al mese, la domenica, in Oncologia.
I pazienti sono molto soddisfatti del servizio dei volontari IOM.
Il mio problema più grande era: i rapporti con persone del mio paese conosciute.
Mi sono presentata dicendo che arrivo in modo naturale comportandomi con discrezione entrando in punta di piedi.
C’è chi è riservato, non vuole che si sappia il problema, chi invece più aperto ne parla tranquillamente con noi volontari.
Ci si adegua alla loro volontà, si socializza, si parla di argomenti leggeri.Quando accompagniamo i pazienti fare esami e controlli, durante il tragitto si stempera il clima raccontando ciò che gradiscono.
Quando all’ingresso in Day Hospital accogliamo i nuovi arrivi, spaesati, preoccupati, spieghiamo il percorso, rispondiamo alle loro domande per quello che ci è concesso.
L’ambiente è molto che si dà da fare per circa 80 pazienti.
Gli operatori sono uniti: è una piccola consolazione, non si sentono soli.
Molti pazienti dicono: “Non ci aspettavamo questa accoglienza”. E questo fa piacere sentirsi chiamare per nome.
Tanti mi chiedono: dopo aver frequentato per tanto tempo l’ospedale, non potevi far altro?
No: questa è una mia libera scelta, senza imposizioni.
Quello che si fa con il cuore per me vale molto e continuerò a farlo fino a quando le forze me lo permetteranno, mi auguro per tanto tempo.
Torno a casa, dopo i turni arricchita; ricevo di più di quello che dono.
Grazie di esistere “IOM”.
Rita, volontaria
Cercherò di scrivere di me e di cosa vuol dire essere volontaria, anche se penso non riuscirò a fermare sulla carta le emozioni e i sentimenti che provo ogni volta che incontro i “miei pazienti”!
Di norma, infatti, preferisco parlare perché gli occhi non mentono mai e i miei, credo, si illumino particolarmente quando parlo di quest’avventura.
Ma iniziamo con ordine: mi chiamo Rita, ho 61 anni e sono stata accolta dalla grande Famiglia IOM nel 2021 con l’idea e la presunzione che il mio percorso fosse indirizzato solo e verso il reparto di cure palliative. Subito ho però capito che non ero fatta per quell’esperienza, non per quello che vedevo, ma perché tendevo a non rispettare i silenzi dei pazienti riempiendoli con racconti di me per paura che si deprimeressero pensando alla loro situazione!
A questo punto la mia famiglia IOM (a questo servono i familiari!) ha capito e mi ha dato l’opportunità di fare la volontaria in DH ONCOLOGICO e lì mi si è aperto un mondo: quando entro in reparto e incontro i miei pazienti del mercoledì leggo nei loro occhi la felicità (sebbene debbano affrontare esami e visite impegnative) nel vedermi ed è una cosa che non riesco a spiegare ulteriormente.
Posso dunque dire che il mio essere volontaria faccia veramente poco, di contro ogni mercoledì mi porto a casa tante di quelle emozioni che mi stanno migliorando la mia vita.
Matteo, volontario

